Sfregio

La vita di Gennarino è un’esistenza appesa a mezz’aria tra il bene e il male. Un sottile filo la trattiene a strapiombo sul limite immaginario tra una vita “normale” e la Camorra, tra gli affetti, l’amore, e la morte dell’anima. Sono in tanti a possedere le forbici per troncare quel filo, in tanti ma non Gennarino. Gennarino vuole solo campare, nemmeno vivere, solo campare. E campando campando si ritrova all’interno dell’organizzazione, dentro il vortice della Camorra, che lo risucchia senza avvisarlo, senza dargli una possibilità di scelta, fino ad annullarlo. Allora Gennarino comincia a perdere i pezzi, pezzi del suo cuore ancora bambino, pezzi della sua vita, e campando perde pure la voglia di campare. Solo la fuga lo può salvare, una fuga che deve essere, prima che da ‘o Quartiere, una fuga da sé stesso, dal proprio passato, dai propri errori. Ma quanto vale la vita? E’ da questa domanda che scatta la molla della rinascita di Gennarino.
Attorno all’espiazione e la perseveranza si sviluppa la storia del protagonista, che quasi alla mercé del suo compare arriva a commettere le più cruenti azioni. Francesco De Filippo racconta la parabola criminosa di un giovane, che giorno dopo giorno scala le gerarchie di uno dei clan camorristici più potenti del Mondo. Un romanzo a tinte nere, spietato, crudo e terribilmente realistico. Un romanzo neorealista su uno dei fenomeni più devastanti del nostro tempo. Un Demian moderno e napoletano, legato alla sua città in un vincolo di passione e rimorso.


Intervista all'auture

Francesco De Filippo, parliamo del suo “Sfregio”: quale Napoli ci racconta?
E’ la Napoli nera, la Napoli oscura, quella del male. Onnivora: che divora e si autodivora. La camorra e il suo indotto di corruzione e disarticolazione delle strutture sociali. E’ l’altra faccia del Golfo, il negativo della guache che mostra la serenità di un paesaggio splendido. Non a caso, l’epigrafe del libro è che oltre a questa Napoli ce n’è poi un’altra che lavora con grande impegno, che produce.

Per il suo lavoro di giornalista ha dovuto emigrare a Roma, ma per lei che la conosce bene e che oggi la osserva da fuori, com’è cambiata Napoli in questi anni?
In realtà, come Massimo Troisi, tre cose le avevo fatte a Napoli quando ci vivevo. Tra queste, c’era il lavoro. Voglio dire che non sono emigrato per fare il giornalista, incredibilmente lo facevo prima – e forse con maggior profitto e divertimento – a casa mia. Comunque, dall’esterno mi sembra che la città non sia riuscita – o non abbia voluto – sostituire la dinamica del galleggiamento, dell’arrangiarsi con una di maggiore stabilità. Temo, però, che la linea di galleggiamento sia pericolosamente ben al di sotto della superficie dell’acqua. La raccapricciante vicenda della ‘monnezza’ è emblematica.

Una delle peculiarità di “Sfregio” è l’utilizzo quasi esclusivo della “lingua napoletana”. Quali frutti ha dato questo esperimento?
Inaspettati. Coloro che hanno avuto maggiori difficoltà nella lettura sono stati i napoletani. Poi gli italiani. Incredibilmente i più sereni sono gli stranieri. Un giorno mi telefona un’amica tedesca, che parla un italiano non proprio corretto, e mi dice: ‘Molto bello il tuo libro e non ho trovato grandi difficoltà con il napoletano’. Forse non è un caso che sarà pubblicato in Francia e Germania.

Il suo libro, in fondo, lascia una speranza. Oltre San Gennaro, quale può essere la speranza dei napoletani e dei campani?
Se quello italiano è un popolo che reagisce sullo stimolo del pericolo, il napoletano ha la duttilità dalla sua, è come l’acqua: prende la forma del contenitore, se si cerca di bloccarla, sfonda e rompe. Occorre autodeterminazione: i napoletani non vogliono cambiare la propria situazione; molti, purtroppo però, non hanno gli strumenti per comprendere che un altro mondo sarebbe possibile.

Andrea Camilleri ha definito “Sfregio” un libro “talmente vero da dover essere utilizzato dalle forze dell’ordine per capire meglio le dinamiche interne alla Camorra”. Una grossa responsabilità, non crede?
Ritengo Camilleri il più grande scrittore italiano da qualche anno a questa parte. Nonché uno dei Grandi Saggi del nostro Paese. Il suo giudizio così positivo mi riempie di gioia ma mi sprona, pungolandomi per non riposare sugli allori. Si, è una grossa responsabilità.



Webmasters: renato.dedonato@hotmail.it
Risoluzione consigliata 1024x768 o superiore
Browser consigliato Explorer 6.0